"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

16 nov 2017

MOUTH OF THE ARCHITECT - LA CHIAVE DI VOLTA DEL DOLORE



Una volta un mio amico si era infatuato di una tipa di cui non ricordava neanche di preciso le sembianze, incontrata una sola volta. La ricontattò e la volle incontrare perché si era innamorato del nome (non ricordo, qualcosa tipo Erika) . Credo che gli sia andata pure bene.

E così può accadere anche al metallaro. Innamorarsi di un nome. Non di una copertina, o di un logo, o di una foto promozionale. Proprio di un nome, senza sapere neanche (e senza interessarsene) chi c'è dietro.

A me è capitato così con i Mouth of the Architect, che mi sono capitati per le mani mentre spulciavo
un po' di doom in rete. Il nome mi ha colpito per il legame con il film “La Chiesa” di Soavi, allievo di Argento. Ho passato anni a evitare di approfondire il vero senso del nome, perché mi piaceva immaginare che avesse un legame proprio con quel film, suggestioni incluse. E invece oggi che mi accingo a scrivere questo pezzo scopro che è proprio così, si sono proprio ispirati a quel film. Follia pura che unisce l'Italia a Dayton, Ohio.

Il film narra di una Chiesa costruita su una fossa comune in cui furono sepolti degli eretici massacrati dai Templari, e che fu eretta sigillo del male. Il male tornerà a fuoriuscire dalla viscere della Chiesa, con la consueta ambiguità, il Bene come menzogna e copertura “santificata”, e il Male come autenticità umana “demonizzata”. Il segreto del massacro degli eretici, e l'origine della costruzione della Chiesa, era nota solo agli autori e all'Architetto, che fu a sua volta ucciso dai suoi committenti per evitare che parlasse. Simbolicamente, la struttura portante dell'intero scheletro della Chiesa, la cosiddetta “chiave di volta”, fu fissata con una grossa vite che trapassava il cranio dell'architetto attraverso la bocca.

Sarà una suggestione, ma i MOTA (no, acronimo pessimo, i Mouth of the Architect), hanno parti vocali intervallate da lunghi momenti di silenzio vocale, con gli strumenti a spadroneggiare in un moto perpetuo che li accomuna più al depressive black che ad altri generi. Un movimento sinuoso, circolare, ipnotico, e quindi anche doom/sludge. L'elemento doom è presente, e ricordo che la peculiarità del doom non è la lentezza, che comunque non modifica la durata percepita di un brano, ma il rallentamento, che invece lo fa. Sono a 6 minuti e troverei giusto che il disco fosse quasi finito, anche piacendomi per carità. Mi sembrano ore che sono cullato da queste note.

La circolarità dei Mouth previene derive progressive, che altrimenti potrebbero essere date dalla loro attitudine a cercare la variazione, o il cambiamento di registro. E la circolarità li riconduce all'interno del metal, piuttosto che altrove, perché è quell'elemento di chiusura, di disinteresse al dialogo con l'esterno, di autismo quindi, che personalmente amo come connotato del genere. Circolare come il movimento della chiave di volta, una vite che più gira e più si conficca.

In questo senso il movimento dei Mouth ripercorre, filogeneticamente, anche la storia stessa del metal, che inizia sì come movimento involutivo, chiuso, che cerca dentro se stesso. Ma almeno fino a inizio anni '90 riesce a comunicare con gli altri generi tramite le sue propaggini più rockettare, o quelle che giocano la carta del progressivo o della fusione. Dopo il crollo delle certezze, dei generi originari, il metal entra in un tunnel di definitiva incomunicabilità. Si fonde con altri generi, li esplora ancora più a fondo, ma come tappa di una ulteriore ricerca interna, e desiste dall'idea di dire qualcosa alle masse. Come la bocca dell'architetto, il segreto del metal è inchiodato quale pietra angolare di una struttura che arriva ormai a nasconderlo. O meglio a rivelarlo.

Basta una strofa, e poi i Mouth restano con le parole strozzate in gola. Tra la commozione per un pensiero e il dolore che ne cola subito dopo. E così procedono tra vibrazioni e rumorismi come una perplessità che torna su se stessa. E torna ciclicamente a far gridare.

Le metafore della bocca, della parola, e della terra che le copre sono decisamente ricorrenti nei loro testi. La bocca dell'architetto è un'allegoria della condanna a vivere di mancanza, di vuoto, di incompiuto e di impossibile, un sentimento tragico. La tragicità è data non tanto dell'inevitabilità del dolore, ma da quella forza che dal dolore fa rinascere, e crea ciclicamente nuove illusioni di felicità, fino al paradosso del “volere la morte” per riavere la vita.

La verità deve essere detta. Niente ho voluto tranne la mia fine. E dobbiamo inciderla nel cielo, per liberare la luce”

E analogamente in un altro passo: “Le nostre teste hanno resistito ai dolori del tempo per trovare la voglia di andare avanti. Stira la mia pelle per avvolgere il cielo. Lascia che la luce mi sanguini attraverso

La poetica parla innanzitutto dei classici temi funeral doom e depressive.

Questi denti rigidamente chiusi parlano apertamente della perdita

C'è un elemento di rimprovero al mondo, sentimento d'abbandono.

Le nostre teste pendono verso il basso, così in basso... Nessuno ha voluto fermarsi qui”

Eppure, con queste premesse irrimediabili, c'è spazio invece per una prospettiva, secondo l'eterno ritorno di cui parlavamo sopra:

Trattieni il respiro e tutto cambierà. Il seme vivrà

Passando dall'esistenziale alla questione topa, che tante vittime miete anche nel metal più recondito, la metafora dell'amore perduto si svolge, ugualmente, in una sorta di doppia fase sovrapposta di sconfitta e ritorno, come se alla fine non fosse l'abbandono a far male, ma fosse l'amore in sé a produrre struggimento e lacrime, per il suo destino eternamente incompiuto, di caducità.

Non posso salvarti
Non è rimasto niente dentro di me
Sono disperso in mezzo al mare, la tua memoria ha affogato i miei polmoni
Vai via da me, non troverai niente

La verità ha sepolto il suo fuoco in fondo al tuo bacio
E bruciato via lo sporco da ogni cosa
Il mio onore trattiene le ceneri mentre la luce mostra
il rimpianto nei miei occhi

I Mouth predicano la condanna al ritorno della speranza, come nel mito di Prometeo: l'aquila gli divora il fegato, ma il fegato ogni volta ricresce, solo perché l'aquila possa tornare a tormentarlo ancora. Così l'amore, così la vita. Così la loro musica suona come la ricerca di una via d'uscita da questo ciclo, come trovare l'ingranaggio piantato tra le fauci dell'architetto e girarlo per far crollare tutto. In “The path of eight” i nostri dipingono il percorso dell'anima che torna alla fonte, identificata con un il caos dell'inesistenza che risiede fuori dalla spirale dei pensieri e delle memorie in cui ciascun'anima gira e rigira all'infinito.

La vita è un ciclo futile, come si dice in chimica. Una sequenza di trasformazioni che ritorna sul substrato iniziale dopo aver prodotto un bilancio energetico pari a zero. La morte rimette in gioco l'energia.

Ecco spiegato il criptico “trattieni il respiro e tutto cambierà: il seme vivrà”.

A cura del Dottore