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28 nov 2017

ARCTURUS: VENTI ANNI DI "MASCHERATA INFERNALE"



Nel 1997 sono usciti diversi album destinati a trovare una onorevole collocazione sul fronte dell’emancipazione dai cliché del metal classico. Lavori come "One Second" e "A Deeper Kind of Slumber" furono tappe cruciali lungo l'impervio sentiero che conduceva il metal alle sonorità elettroniche, poi destinate a divenire pratica diffusa e non più ostracizzata negli anni a seguire.

Eppure Paradise Lost e Tiamat non sono stati gli unici ad armeggiare con l'elettronica nell'anno 1997: dalla Norvegia del black metal svettavano i grandi Arcturus, che con il loro secondo full-lenght, "La Masquerade Infernale", raggiungevano il loro apice creativo, nonché consegnavano al mondo uno dei capolavori di quel genere/non-genere che è l'avant-garde metal.

Trent'anni fa: "Into the Pandemonium"

Per pura coincidenza celebrativa, nel 1987 i Celtic Frost davano alla luce quella che potremmo definire un'opera cardine dell'avant-garde-metal: “Into the Pandemonum”.

Ma cosa è esattamente l'avant-garde-metal? Un'attitudine piuttosto che un insieme codificato di stilemi. I Celtic Frost abbatterono barriere, non codificando un nuovo linguaggio, bensì miscelando ingredienti provenienti da generi anche distanti fra loro: thrash, doom, dark-wave, opera, elettronica. E si permisero persino, con pieno disprezzo delle regole non dette del metal, di aprire il loro album più coraggioso con una cover di un brano new-wave.

Il carattere seminale dell'opera si sarebbe però rivelato solo diversi anni dopo con il proliferare del black metal e del gothic metal. Li per lì, tuttavia, lo sforzo artistico di Fisher e compagni non fu capito: l'operazione si rivelò, quanto a vendite, un vero flop, tanto che la band, dopo un paio di tentativi maldestri per recuperare terreno, finì per sciogliersi.

Semplicemente, nel 1987, il pubblico metal non era ancora pronto per una rivoluzione di tal portata.

Venti anni fa: "La Cialtronata Infernale"

Ne è passata di acqua sotto i ponti e di certo nel 1997, appena dieci anni dopo, il cultore del metallo era più smaliziato, soprattutto in ambito estremo. "La Masquerade Infernale" fu accolta in maniera positiva, ma senza particolare clamore: del resto gli Arcturus erano considerati più una "all stars band" che un'entità autonoma con un proprio progetto artistico. Il fatto che i Nostri non portassero ancora sul palco la loro musica (cosa che avverrà solo molti anni più tardi), andava a confermare questa impressione di svago estemporaneo. Una impressione che sminuiva la reale portata artistica dei lavori dei norvegesi, anche perché in un progetto parallelo sono viste come normali le sperimentazioni più azzardate: a certe condizioni sperimentare è infatti meno rischioso, perché non si ha niente da perdere.

Eppure ne "La Masquerade Infernale" si sarebbero per la prima volta concretizzate le rivoluzionarie visioni artistiche di Kristoffer Rygg (ancora conosciuto come Garm, benché si fosse per l’occasione ribattezzato G. Wolf), che nel corso degli anni successivi sarebbe divenuto l’alfiere (nel metal ma non solo) di un certo modo anticonvenzionale di pensare e fare musica.

Da notare che nel medesimo anno (pochi mesi prima per l'esattezza) gli Ulver avevano dato alle stampe "Nattens Madrigal", il loro album più ferocemente black metal, nonché l’ultimo della loro carriera improntato su quelle sonorità. Ma si capisce che testa e cuore di Rygg erano rivolte verso le sperimentazioni del suo "side-project" Arcturus. Ne avremo la riprova appena un anno più tardi quando i Lupi rilasceranno, in veste totalmente rinnovata, il doppio "Themes from William Blake's The Marriage of Heaven and Hell", che sembrava rappresentare lo sviluppo fisiologico di quanto espresso nella "Mascherata”.

Oggi è facile incensare “La Masquerade Infernale”, vorrei però tornare con i ricordi a quel novembre di venti anni fa (l’album usciva il 27 ottobre). Per me gli Arcturus erano uno dei gruppi top del momento. Prima ancora di udire una loro singola nota (erano tempi in cui la rete non era molto di aiuto per certi tipi di ascolti), li avevo letteralmente mitizzati nelle mia testa a causa della sola lettura di una recensione dell'EP "Constellations": era il '94, Samoth fu arrestato e il prodotto era dato praticamente per irreperibile già prime della sua uscita. L'idea che vi fosse a giro un capolavoro "irraggiungibile per chiunque" firmato dal chitarrista degli Emperor e dal batterista dei Mayhem (e dal cantante degli Ulver, avrei scoperto successivamente, visto che conobbi i Lupi l'anno dopo con "Bergtatt"), non mi dava pace. Ma la mia agonia durò poco: giusto un paio d'anni, ossia il tempo utile per impadronirmi del primo full-lenght "Aspera Hiems Symfonia", che sarebbe divenuto presto uno dei miei album preferiti in area black metal.

Eppure, quando uscì quasi in sordina “La Masquerada Infernale”, accolsi tiepidamente il tomo: a disturbarmi, almeno inizialmente, non fu la svolta stilistica, ma la produzione dell'album, i suoi suoni, il modo in cui era stato confezionato. Il primo impatto fu di vera "Cialtronata Infernale", nel senso che la resa finale non suonava all'altezza delle idee e del song-writing, che ovviamente era invece eccelso.

Capiamoci: adoro le produzioni lo-fi che caratterizzarono il black metal degli anni novanta, ma di certo un approccio del genere non poteva andare bene per quell'amalgama complesso che era divenuta la musica degli Arcturus. E così la precisione millimetrica e la potenza di Hellhammer venivano sacrificate in favore di suoni artigianali (con quei tom secchi e quel fruscio fastidioso e persistente dei piatti) che certo non rendevano giustizia alle trame intricate e ricche di cambi di tempo del suo drumming; la magniloquenza sinfonica, assicurata dall'infaticabile Sverd, scivolava in secondo piano dietro le chitarre sature e sporche di Knut Magne Valle, che a mio avviso avevano dei suoni mal equalizzati (pessimi in fase solistica) che non rendevano giustizia alla discreta tecnica del chitarrista. Il tutto amalgamato in modo approssimativo, comprese le parti di elettronica, che saranno state anche rivoluzionarie per il metal estremo, ma che ad un orecchio allenato apparivano inevitabilmente puerili. Erano del resto i primi esperimenti dietro alla consolle di Garm, che anche a livello vocale cambiò approccio.

Non sapete quanto mi addolora dirlo, ma fu proprio la prestazione del cantante a deludermi più di tutto il resto. E non ci accaniremo sulla pessima pronuncia inglese, giustificata dal fatto che il Nostro fino ad un momento prima aveva cantato in lingua madre. Nella Mascherata, in linea con le ambientazioni grottesche dell'album, le splendide linee vocali armonicamente intrecciate che una volta scorrevano fluidamente alternandosi ad uno screaming espressivo (stile che aveva distinto il cantante fra i suoi colleghi) cedevano terreno ad un approccio poliedrico e teatrale che prediligeva il canto pulito e l'utilizzo di filtri ed effetti. Da un lato il carisma vocale del cantante emerse finalmente in tutta la sua forza visionaria, ma dall'altro siamo convinti che con un briciolo di attenzione in più a livello di incisione e missaggio avremmo potuto evitare  stecche, sovra-incisioni non allineate, rantoli e miagolii/fruscii assortiti. Non contando la non perfetta integrazione fra voci quando scende in campo l'ospite Simen Hestnaes (in seguito conosciuto come ICS Vortex). Lo dimostra il fatto che laddove queste accortezze sono state prese (si veda per esempio gli album successivi degli Ulver) i risultati sono stati più che brillanti.

In un secondo momento, quando la bontà innegabile di quel lavoro si impose su tutto il resto, provai a spiegarmi quei suoni confusi e mal equalizzati come una cosa voluta, come se i musicisti avessero voluto conferire un alone sulfureo, veramente infernale, alla loro messinscena. Oppure che vi fosse alla base di tutto una volontà destabilizzante da cui traeva origine un cambio di rotta tanto drastico e un concept che vedeva fra i suoi temi dominanti la follia (è forse l'intera opera un elogio alla follia? Una bizzarra invettiva contro quel conformismo che è spacciato per libertà per neutralizzare la vera libertà, quella anarchica, quella umana di Satana, ovviamente nell’accezione libertaria del Carducci?).

Con il senno di poi, ossia dopo l'ubriacatura, mi sono spiegato invece quelle scelte come figlie di un approccio ingenuo ed approssimativo di fronte ad ambizioni più elevate delle reali capacità. E per capacità non mi riferisco al tasso tecnico dei musicisti (altissimo), ma alla consapevolezza che un professionista deve avere a tutti i livelli quando confeziona una proposta così raffinata, sia da un punto di vista musicale che concettuale.

Peccato per questi vizi di forma, perché nella sostanza "La Masquerade Infernale" è un album immenso, sensazionale, e non penso di esagerare se definisco l'attacco improvviso dei ritmi spezzati della jungle alla fine di "The Chaos Path" uno dei guizzi più geniali mai uditi in ambito metal; o la progressione finale di "Ad Astra", nel suo dinamismo, nella sua integrazione fra elementi orchestrali ed armamentario rock, uno dei momenti più alti del prog tutto. Giusto per fare due esempi.

A volte mi capita ancora di pensare a cosa potrebbe essere stata "La Masquerade Infernale" se essa avesse potuto godere di una veste all'altezza dei suoi contenuti, se quei benedetti brani fossero stati cuciti meglio, resi più fluidi nei loro molteplici cambi di ambientazione, valorizzati da suoni nitidi che potessero far risaltare i dettagli, le sfumature, i punti focali. Non chiedo una produzione laccata in prog-metal style (anche se poi, in estrema sintesi, è di musica progressiva che stiamo parlando), ma almeno una produzione come quella degli album successivi degli Arcturus, per esempio come quella di "The Sham Mirrors" che, pur conservando delle asperità black metal (soprattutto a livello di chitarra), sa far coesistere potenza, complessità & genialità compositiva: la vera cifra stilistica della band.

Oggi: l'eredità de "La Masquerade Infernale"

A vent'anni tondi tondi dalla sua uscita, non si può certo dire che “La Masquerade Infernale", per quanto operi fuori dagli schemi e dunque potenzialmente progenitrice di nuovi stilemi o approcci, abbia fatto tendenza o abbia cambiato il volto del mondo del metallo.

Nel corso dei primo decennio degli anni duemila il fenomeno neo-progressive (in cui potremmo buttare dentro anche gli Arcturus) si sarebbe affermato fino a divenire uno dei tratti dominanti del metal del nuovo millennio, ma ciò non accadrà grazie agli Arcturus. Sarà infatti un progressive diverso ad emergere, anzi, nell’approccio sarà praticamente un progressive agli antipodi rispetto ai toni farseschi ed eccessivi della "Mascherata", privilegiando semmai forme minimali e dimensioni intimistiche, come professato in campo rock da Radiohead e Steven Wilson, che prima con i Porcupine Tree, poi in qualità di produttore (si veda i casi di Opeth e Anathema) finirà per influenzare anche il metal.

Gli Arcturus rimarranno dunque un caso isolato, ma per ragioni diverse rispetto a quelle che sancirono il "fallimento" commerciale dei Celtic Frost. Gli svizzeri potettero divenire una guida in quanto la forza della loro formula era tutta concettuale, ma da un punto di vista meramente esecutivo le loro intuizioni erano facilmente emulabili, complice il fatto che Fisher e soci non sono mai stati dei mostri di tecnica. Gli Arcturus invece si: come si è già visto nella nostra rassegna sul black metal norvegese, non sono una band replicabile. Il virtuosismo e la forte personalità che caratterizza i componenti, e le ambizioni che li uniscono, rendono la loro musica unica ed inimitabile. Ed infatti non si conoscono band simili, nemmeno cloni alla lontana.

Si è poi aggiunto un problema di tempismo storico: prima di arrivare al neo-progressive dei nostri anni, si sarebbe dovuti passare da un altro inferno, quello delle chitarre slabbrate e delle grida lancinanti dei gruppi post-hardcore e post-metal, le cui gesta verranno esaltate da suono grassi e dal forte impatto.

La Mascherata/Cialtronata, con i suoi leziosismi e la sua produzione rachitica (dannata produzione!), verrà sociologicamente travolta, genialità compresa, rimandando negli anni un fenomeno di culto.

E' la maledizione dell'avant-garde metal, bellezza!