"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

05 mag 2017

FISHER'S PANDEMONIUM - UN "CANTO" PER I CELTIC FROST



NOTA BENE: si avvisano i gentili lettori che l’autore del presente post è ben consapevole che il Sommo Poeta, ovvero Dante Alighieri, in questo momento si starà rivoltando nella tomba. 
Lungi dalle mie intenzioni farne “il verso” o mancargli di rispetto…

In questi primi mesi del 2017 mi ha preso così: a suon di ricorrenze, compleanni e anniversari. E come non considerare in quest’ottica “Into the Pandemonium” dei Celtic Frost? Cavoli, compie 30 anni tondi. Non potevamo esimerci…

Ma, come già ci è capitato di dire in proposito, ITP non è un disco qualunque, di cui si può trattare in maniera canonica. E’ un album troppo fuori dagli schemi per parlarne in maniera didascalica. 

E così, lasciandomi ispirare dalle note del buon Thomas G. Fisher, mi sono lanciato in questa ridicola composizione a terzine incatenate (senza però gli endecasillabi…), con la speranza di rendere il giusto omaggio a questo disco memorabile.

Tom Warrior…ispirami! Accompagnami, come un novello Virgilio, nei recessi dell’infernale pandemonio da te creato 30 lunghi anni fa...

UN CANTO PER I CELTIC FROST

Tra le nostre mani il misterioso manufatto si presenta

con una notte oscura discesa su una città infernale;

un’immagine che potremmo definire assai violenta

e dalla quale subito s’intende che l’opra non sarà banale.

Anime dannate in paesaggio fatto di montagne bizzarre

ove siam certi dimori e domini un Male abissale.

Si comincia e dal primo secondo udiam un ronzar di chitarre:

è una cover, “Mexican Radio”, che così ci accoglie,

e immediatamente da essa ci si lascia attrarre.

Ma è solo l’inizio giacchè un’ipnosi sonora le nostre volontà scioglie:

Mesmerized”, non a caso, è lo strumento dai tre elvetici usato.

Inner Sanctum” è un gioiello che l’essenza del metallo coglie,

il suo incedere è potente, e il rifferrama di Fisher acuminato.

Ma poi, che sorpresa! Musica di violini, un cantato in francese!

Il nostro stupore aumenta in questo clima fatato;

è “Tristesse de la lune”, che annienta le nostre ultime difese

prima che “Babylon fell” e la sua thrasheggiante durezza

ci ricordi che in fin de' conti è sempre metal con cui siam alle prese.

Non si ha tempo di riposare: “Caress into oblivion” dà gelida ebbrezza;

di un doom magico, sabbathiano, è ciò di cui essa è composta,

pesante e aggressiva, con maligna e luciferina asprezza

martella le nostre malcapitate orecchie senza sosta.

Continui cambi di ritmo, umori d’Oriente, soluzioni geniali

è metal d’avanguardia, fuor di dubbio, che fermenta sotto crosta.

Non ci credete? Sto esagerando? Volete altre credenziali?

Eccovi accontentati: “One in their pride” è la prova definitiva:

nei suoi tre minuti di voci filtrate e campionamenti digitali

colui che è pronto ad aprire la sua mente subito colpiva.

Ma si cambia ancora, non c’è nemmeno il tempo di respirare:

I won’t dance (The Elder’s orient)” si presenta con furia distruttiva

in un rebus musicale intricato ed impossibile da dipanare.

Il viaggio scorre: giungiamo a “Rex Irae”, il gran capolavoro:

descriverla? E’ canzone sì bella che appieno non la si può afferrare.

E’ pura avanguardia dell’allora conosciuto spettro canoro,

talmente moderna, così “avanti” nei suoi bislacchi elementi

che per parlarne servirebbero parole ch’io ignoro.

Alla fine del viaggio, questi tre svizzeri ci han resi quasi dementi,

con sinfonia marziale “Oriental masquerade” l’opera conclude;

epica strumentale che di questo abisso serra i battenti,

breve e demoniaca marcia che di certo non delude.

Un disco geniale, infine, senza schemi e dallo spirito imbelle

che tanti spunti ha dato e nuovi orizzonti ancor oggi schiude.

Per sempre cambiati, possiamo sotto altra luce uscir a riveder le stelle.


A cura di Morningrise