"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

29 mag 2015

OPHTHALAMIA, IL MONDO IMMAGINARIO DI TONY SARKKA



Ogni anno a Pasqua, i Cattolici di tutto il mondo celebrano il rito della Via Crucis, la Via della Croce, il percorso che, secondo la tradizione, Gesù fece dal Palazzo di Pilato, dove venne condannato a morte, fino al Golgota - Calvario, luogo della sua Crocifissione.
Quella via ha tuttora un nome a Gerusalemme: si chiama via Dolorosa. Questo è anche il titolo di un album assolutamente straordinario, pubblicato esattamente 20 anni fa (maggio 1995) per conto della nostrana Avantgarde Music, griffato dagli svedesi Ophthalamia.

A cura di Morningrise

Parlare di metal estremo in Svezia agli albori dei ‘90, così come stava accadendo in quel periodo nella confinante Norvegia, vuol dire parlare di un ambiente in assoluto fermento, ricco di idee e spunti geniali ed innovativi. E vuol dire anche parlare di una Scena, nell’accezione più piena del termine, caratterizzata da una continua interazione tra diverse band su più livelli: concettuale, compositivo e di reciproci "prestiti" di musicisti nelle line-up.

In questo contesto gli Ophthalamia nascono proprio come progetto parallelo di giovani ragazzi impegnati già in pianta stabile in altri gruppi. Mastermind dell’iniziativa era infatti Tony Sarkka, in arte IT, polistrumentista leader della Black metal band Abruptum, che chiamò attorno a sé diversi musicisti, tra cui anche Jon Nodtveidt (si proprio lui, il genio dei Dissection…R.I.P.) e il suo fratellino Emil.

Ma che cos’è Ophthalamia? 
Per rispondere bisogna andare a Finspang, cuore della Svezia, a metà strada tra Goteborg e Stoccolma, paesello di 12.000 anime a vocazione metalmeccanica...insomma, non propriamente un posto ameno. Finspang però ha dato i natali, oltre che al grande Dan Swano dei sublimi Edge of Sanity, anche a It  che, probabilmente per evadere dal suo quotidiano, si crea un mondo di fantasia, guidato da una Divinità femminile, chiamata Elishia (raffigurata nella copertina di "Via Dolorosa"), assistita da orde di demoni: Ophthalamia, appunto. Tutti i loro dischi trattano tematiche collegate a quel Mondo, governato da proprie leggi e dinamiche e del quale It tratteggiò, come un novello Tolkien, anche gli ambienti relativi: spiagge, mari, monti e persino una nuova lingua per i suoi abitanti. 

Spostandoci sul versante musicale, la proposta degli Ophthalamia è davvero unica e coinvolgente perchè riesce a coniugare in maniera mirabile la grande tradizione del doom svedese (Candlemass, i Tiamat del capolavoro “Clouds”, alcuni stilemi dei primi Katatonia) con quello che era l'approccio degli Abruptum e dei Vondur, band di origine di It e del primo vocalist, ALL (Jim Berger).  
Dopo il primo, notevole, full-lenght “A journey in darkness” del 1994, il botto arrivò l’anno successivo con "Via Dolorosa". Cambiato il vocalist (via All, dentro LEGION), It creò un intreccio complesso, ardito e originale di riff gelidi, malinconici e potenti, dando vita a una sorta di doom oscuro, molto melodico e fortemente progressivo (con rimandi neanche troppo velati al rock settantiano). Capisco...difficile da immaginare, eh?!
All’interno dei singoli brani, che sono tutti molto lunghi e che si assestano (ad eccezione dei sensazionali “Intro – Under ophthalamian skies” e “Outro – Message to those after me”) sui 7-11 minuti, la band quasi senza soluzione di continuità cambia ritmi e umori lungo 68’ di assoluta genialità compositiva. Il basso dell’appena 19enne Emil Nodtveidt, qua in arte NIGHT, è sempre in bella evidenza e si ritaglia spazi importanti, cesellando le sue parti all’interno delle ricamate ragnatele di chitarra di It. Il disco si dipana quindi attraverso chiaroscuri suggestivi in cui le trame chitarristiche ci guidano in maniera serrata ed inquietante nel mondo ophthalamico, salvo poi liberare la tensione accumulata con aperture melodiche struggenti. Emblematiche in tal senso gli highlights “Slowly passing the frostlands” e “Ophthalamia”.

E il Black? Beh, nonostante la consueta miopia dei critici musicali che lì definì come una melodic-black metal band, del Black che si suonava in quegli anni in Scandinavia, e soprattutto com’era stato codificato nei tre anni precedenti in Norvegia, avevano davvero poco. Qualche richiamo in merito lo possiamo ritrovare giusto nella freddezza dilatata di alcuni accordi arpeggiati, nell’utilizzo in tutta la seconda metà del disco della lingua svedese o nella riuscitissima cover bonus di “Deathcrush” dei Mayhem. E ancora in parte nella voce strepitosa dell’allora ventenne Erik Hagstedt, in arte Legion (lo so, originalità dei nomi pari a zero..): la sua prova dietro al microfono fu talmente strabiliante che dall’anno successivo venne assoldato addirittura dai Marduk. Ma rispetto ai canoni norvegesi lo screaming di Legion, alternato ad azzeccatissime parti narrate o sussurrate come nella splendida titletrack, era più cavernoso, più corposo, meno agonizzante e/o sofferente.

Estrapolare una singola canzone dall'album è davvero impossibile, essendo tutte tasselli collegati di questa via di dolore all’interno del mondo di Ophthalamia. Anche la produzione, nonostante l’album venne autoprodotto in appena sei giorni, rende pienamente il mood del disco che rimane sì sempre intriso di dolore ma al contempo disseminato di inaspettate aperture melodiche, suadenti mini-assoli ed epiche partiture dark/doom.

Il progetto però non proseguì a lungo, sia per gli impegni nella rispettive band di provenienza dei componenti sia per il fatto che in Svezia il 1995 fu l’…Anno, con la A maiuscola! Uscivano infatti il trittico di dischi-capolavoro che avrebbe marcato la nascita del c.d. Swedish Death Metal, alias “Gothenburg Sound”. Contro “Slaughter of the soul” degli At the Gates, “The Gallery” dei Dark Tranquillity e “Subterranean” degli In Flames (perfetto EP apripista per l’altro masterpiece “The jester race” che uscirà agli inizi del 1996) poco si poteva fare per emergere, stargli sopra e catturare l'attenzione di pubblico e critica. E senza contare che quello stesso anno facevano il loro esordio, con l'abnorme "Orchid", dei tizi di Stoccolma di nome Opeth...detto tutto...
E così, dopo il valido ma inferiore “Dominion” del 1998, gli Ophthalamia, probabilmente esaurita quell’urgenza comunicativa che aveva caratterizzato le loro prime opere, non produssero più nulla.

Quello che ci rimane da questa decennale esperienza è un gioiello: “Via Dolorosa”, un esempio fulgido di sperimentazione che non conoscerà esempi analoghi negli anni a venire, diverso anche dalle esperienze death/doom delle grandi band coeve inglesi e olandesi.

Il Black avrà sì mille derive, mille contaminazioni interessanti, ma nulla di simile alla proposta degli Ophthalamia, che portarono la personale croce di sofferenza musicale fino al loro Golgota per poi spegnersi under an ophthalamian sky…(“Grey and cold is the gloomy ophthalamian sky / It’s under that majestic sky I’m ready to die”).

Capolavoro da avere in ogni collezione metal che si rispetti.