"Parlare di Musica è come ballare di architettura" Frank Zappa

11 mar 2015

"BLACK METAL IL TUO NOME E' NORVEGIA"





QUELLI CHE ASPETTANO…
BLACK METAL NORVEGESE:  I MIGLIORI DIECI ALBUM

Si dice che il black-metal sia nato con i Venom: viene spontaneo e fa comodo pensarlo, perché ce lo sentiamo ripetere fin da quando non avevamo ancora messo i denti da latte, ma non è così.


L’importanza di opere come “Welcome to Hell” (1981) e “Black Metal” (1982) è innegabile: la voce da cavernicolo di Cronos sarà un bell’esempio da seguire per tutti gli strilloni a seguire; la cacofonia, i suoni confusi (aspetti dovuti per lo più all'incompetenza, all’approssimazione, alla strumentazione povera) sposterà di una tacca in avanti il concetto di estremo percepito agli inizi degli anni ottanta; l’immaginario satanico, infine, è buttato in faccia allo spettatore come mai era successo prima, e costituirà il fanalino che attirerà, come falene, orde di giovinastri desiderosi di emozioni forti. Di lì a poco seguirà la genesi del thrash-metal, culla dell'estremo, e il trio britannico verrà indicato non a caso fra le band più influenti ed imitate. Ma da un punto di vista strettamente stilistico i Venom inventano ben poco, imponendosi più che altro come la versione estremizzata ed ulteriormente rumorosa dei Motorhead (cosa non da poco) e conservando in tutto e per tutto quello spirito birraiolo, goliardico e casinista che è proprio di ogni rock'n'roll band che si rispetti.

Gli stilemi tipici del black-metal quale genere a sé stante (l'imperversare e il persistere del blast-beat, il tremolo picking, i riff gelidi, la poetica struggente ed al contempo epica delle chitarre, la voce gracchiante, l'attitudine nichilista e misantropica, l'evocazione di paesaggi dalla forte connotazione naturale) vengono a malapena abbozzati dai Venom: sarà piuttosto negli anni immediatamente successivi che si avvierà un percorso che ci condurrà al black-metal come oggi lo conosciamo. E la Norvegia degli anni novanta sarà un luogo geografico e culturale fondamentale per gli sviluppi dell'intero processo. La nostra disamina, pertanto, volgerà il riflettore su quel ribollire di creatività straordinaria che ha avuto luogo in prossimità del circolo polare artico, in quella fredda, angusta e frastagliata lingua di foreste e montagne a picco sul mare.

Prima di lanciarci nella rassegna dei dieci album che secondo noi sono i più rappresentativi del fenomeno, è utile spendere due parole ancora sulle premesse che portarono a quel laboratorio infernale. Sebbene gli Stati Uniti abbiano favorito nei propri confini il proliferare dell’Estremo (proprio laggiù si compirà, prima, la già citata rivoluzione thrash, e, appena successivamente, quella death), il black-metal, almeno inizialmente e per molto tempo, rimane una questione squisitamente europea. Ma dall’Inghilterra (patria dei Venom) lo sguardo va traslato ad est, verso le terre fredde del Centro e del Nord Europa: così facendo, ci renderemo conto che la geografia del proto-black metal assume i contorni di una costellazione deforme che nel corso degli anni ottanta si espande a macchie di leopardo e che inesorabilmente compie la sua lenta ed ineluttabile ascesa verso nord. 

Partiamo dalla tranquilla Svizzera. Fra pratini ben rasati ed orologi a cucù, ci imbattiamo in due loschi compari totalmente avulsi dal loro tempo e dalla loro realtà: Thomas Gabriel Fisher (alias Tom G. Warrior) e il suo visionario “assistente” Marc Eric Ain sono due figure in bianco e nero su uno sfondo verde aiuola e giallo Emmental. Fisher si renderà responsabile della musica più brutale del momento con gli Hellhammer (dopo tre demo registrati nel 1983, la loro unica release ufficiale, l'EP “Apocalyptic Raids”, è targata 1984), roba oscura, velocissima, elementare, schifata da tutti, ma capace di gettare il seme del minimalismo nel calderone del thrash malefico di inizio decade. Accantonati gli sfortunati Hellhammer, Fisher ci riprova e, coadiuvato dal fido Ain, darà vita ai ben più noti ed influenti Celtic Frost, oscura e visionaria esperienza musicale dalla quale germineranno disparati filoni della musica estrema. Le atmosfere macabre e disperanti, la maestosità e la tensione verso l'Assoluto dato dalle commistioni fra movimenti sabbathiani ed inserti sinfonici, lo spleen decadente derivato direttamente dalla tradizione dark-wave, i suoni neri come la pece, il pestare ossessivo, l'inquieto approccio rumorista: anche il black-metal saprà accaparrarsi parte delle intuizioni che la formazione elvetica aveva avuto modo di esprimere in lavori rivoluzionari come “To Mega Therion” (1985) e l'ancor più audace “Into the Pandemonium” (1987).  

Spostandoci leggermente ad est, si arriva alla Germania della mitica triade composta da Sodom-Kreator-Destruction, un formidabile tridente d'attacco che risulterà fondamentale per le sorti del metal estremo. In particolare gli ultimi, con le loro chitarre taglienti, i secchi cambi di tempo, la voce stridula di Schmier, i suoni scarni, la pochezza tecnica, saranno ben visti dai pionieri del metallo nero . Del resto, nei quattro minuti scarsi del brano “Total Desaster” (distruttiva traccia di apertura del leggendario EP “Sentence of Death”, del 1984, poi coverizzata dai Marduk nel live “Germania”) c'è già metà del black-metal che verrà.

Ripiegando invece verso le lande settentrionali, su nella piccola Danimarca, ci imbatteremo nei Mercyful Fate, che, contrariamente agli esempi fino ad adesso riportati, suonano ancora un heavy- metal nella sua accezione più classica. Eppure, l'attrazione per l'universo gotico ed orrorifico, il forte impatto scenico, il piglio teatrale ed iconoclasta del front-man renderà questa band uno dei riferimenti di culto per il black metal prossimo a nascere, e lavori come “Melissa” (1983) e “Don't Break the Oath” (1984) si guadagneranno presto lo status di pietre miliari. Maestro di cerimonia è il mitico King Diamond, il cui falsetto orripilante va per certi aspetti ad anticipare lo screaming che diverrà standard nel genere; il forte trucco che ricopre il suo viso quando compare in scena (sulla scia di quanto già fatto da Kiss ed Alice Cooper) è l'antesignano del famigerato face-painting, altra pratica diffusa nel black-metal. Suoni fuligginosi, strutture mutevoli ed imprevedibili sono il palcoscenico ideale per questa macabra messa in scena. 

Inerpicandoci ulteriormente verso nord, giungiamo finalmente in terra svedese, alla corte di un certo signor Ace Börje Thomas Forsberg, alias Quorthon, nonché l'uomo che sta dietro al seminale progetto Bathory (fra le altre cose, inauguratore della formula one-man band, molto in uso negli ambienti). Incommensurabile il contributo di questo artista per la codificazione degli stilemi del genere. Dall’omonimo album con il caprone in copertina (1984), a “The Return….” (1985), giungendo al ferale “Under the Sign of the Black Mark” (1987), Quorton è fautore di una musica furibonda, gelida, caratterizzata da ritmiche forsennate, grida agonizzanti, epici rallentamenti: una formula ancora debitrice del neonato thrash-metal, ma che già presenta elementi innovativi. Dal satanismo al folclore del nord Europa, il passo a lavori superlativi come “Blood Fire Death” (1988), “Hammerheart” (1990) e “Twilight of the Gods” (1991) è breve: non pago di aver praticamente inventato un nuovo genere, Quorthon sarà in grado di superarlo, finendo per forgiarne un altro di sana pianta, quello che poi, successivamente, verrà chiamato viking-metal. Il padrino del black-metal, come tutti i grandi, crea e distrugge allo stesso tempo: la sua nuova espressione musicale, pur non rinnegando in toto l'arcigno thrash degli esordi, viaggia sulle ali di un epic-metal dilatato e paesaggistico, pregno di inserti folk e visioni suggestive dalle forti connotazioni naturalistiche, tutti elementi che, più o meno trasfigurati, faranno parte del bagaglio stilistico delle nuove leve che vedranno Quorton come loro maestro indiscusso.      

Piove sul pan bagnato, gente, si arriva così all’inizio degli anni novanta: se ci spingiamo ancora un po' più a nord, e valichiamo il confine che ci separa dalla Norvegia, ci imbatteremo in un certo Øystein Aarseth, giovane musicista, titolare di un negozio di dischi chiamato Helvete e di una casa discografica, la Deathlike Silence Productions. Costui si faceva chiamare Euronymous e militava in una band di nome Mayhem….

To be continued....

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